È questa la scritta che campeggia in ogni aula di tribunale. Un monito a uno dei principi fondamentali di ogni democrazia: l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Ma rischia sempre di più di essere una semplice scritta, un esercizio retorico.
Lo vediamo in questi giorni con gli ultimi sviluppi del processo Santanché. Un processo che dopo un anno dal rinvio a giudizio non ha ancora celebrato la prima udienza…
All’avvicinarsi della data ecco in questi giorni un vero gioco di prestigio, degno del migliore azzeccagarbugli: uno dei due avvocati viene sostituito (atto pienamente legittimo da parte dell’imputato) e quindi il subentrante deve avere il tempo per studiare gli atti; mentre l’altro avvocato ha un’altra causa in corso e quindi non si può presentare (anche questa necessità pienamente legale). Risultato: rinvio della prima udienza al 20 maggio e slittamento della fine del processo di molti mesi. Una manna per chi da questo processo fa dipendere la propria carica di ministro.
Facciamo una proposta: aboliamo almeno quella scritta nelle aule dei tribunali che suona come beffa per chi al processo ci è andato per davvero e che è stato anche condannato per atti meno gravi di quelli commessi dalla Santanché.
Perché esistono più giustizie: quella dei cittadini normali e quella di chi può permettersi l’azzeccagarbugli che, con procedure formalmente ineccepibili, rinvia a data sempre più lontana il dibattimento, magari nella speranza di arrivare alla prescrizione.
Atteggiamento questo umanamente comprensibile, ma meno accettabile da. Parte di un ministro, cioè servitore dello Stato, che dovrebbe dare un esempio di rispetto non solo formale a quelle leggi che ha giurato di difendere e rispettare.
di Libertates