“Nell’ora più buia, dunque, l’Europa vede una luce. Ma non è il fuoco del
logos, che accende i principi della civiltà: la parola, il verbo, la ragione.
E’ la spada di Marte, che riflette i bagliori della guerra: gli eserciti, le armi,
le rovine…”
Massimo Giannini, “L’Europa e il male necessario”
Anni fa, uscì un libro scritto da 27 psichiatri americani: “The dangerous case of Donald Trump”.
Veniva aggirata la cosiddetta “regola Goldwater” per denunciare la pericolosità antisociale di un uomo che vede il mondo attraverso il prisma dei suoi interessi, identificandosi “proiettivamente” con Charles Foster Kane in “Citizen K – Quarto potere” di Orson Welles. Secondo Ian Buruma in “Psycho Trump”, porterà alla rovina se stesso e il mondo. Mi ha colpito cosa ha detto di Donald Stormy Daniels, che lo conosce bene: “Lui è completamente e assolutamente fuori contatto con la realtà”. L’aggressione dello sceriffo di Washington a Volodymyr Zelensky nello studio ovale della Casa Bianca è l’ufficializzazione della III guerra mondiale, che non è evitabile. E’ già cominciata.
“Non hai le carte in questo momento. Puoi cominciare ad averle con noi.”. “Non sto giocando a carte.” “Si, stai giocando a carte, stai giocando a carte. “Stai giocando d’azzardo con la terza guerra mondiale. Quello che stai facendo è molto irrispettoso nei confronti del paese, di questo paese”. Commenta un fuoriclasse della comunicazione come Corrado Augias a “La Torre di Babele. Speciale”: “Credo che molte persone nel mondo abbiano visto questa scena selvaggia. Indipendentemente da quanto potrà accadere nei prossimi giorni, mesi, lo vedremo, ci poniamo una domanda: sono davvero queste le regole del nuovo capitalismo? Il grande John Maynard Keynes, nel 1933 – praticamente un secolo fa – scriveva: “Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso, non mantiene le promesse; in breve, non ci piace.”
Di fatti, studiò una piccola variante al capitalismo, ma lasciamo perdere (l’eleganza sul punto di Augias è ammirevole, sia detto di passata, ndr). Stiamo cominciando a disprezzarlo, ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, lì restiamo perplessi…”
Il raffinato biografo Robert Skidelsky, uno dei guardiani dell’Establishment che rappresenta il principale antidoto all’hitlerismo latente dell’Europa morente, autore dell’opera magistrale “Keynes. Speranze tradite 1883-1920”, ha sostenuto che l’economista britannico inferiore al polytropos massiccio dei suoi interessi (le cento facce di Keynes), ha raccolto l’eredità di Adam Smith, suo malgrado. Il deficit spending è la correzione del laissez faire, impedendone l’autodistruzione. Ma il figlio del docente di logica Neville Keynes – “non siamo padroni a casa nostra” – inseguiva il miraggio della Great Society, consumandosi come Icaro: trovare un “punto d’equilibrio” nell’equa redistribuzione del reddito. E’ probabile che se fosse rimasto in vita, avrebbe modificato la sua ricetta. Il presidente di America First ante-litteram Woodrow Wilson, un degno predecessore di Trump, ignorando con l’ottusità dell’ideologia la proposta contenuta nell’instant book di Keynes “Le conseguenze economiche della pace” per una revisione del Trattato di Versailles, ha regalato la Germania ad Adolf Hitler provocando la Seconda Guerra Mondiale.
Ma il Trattato di Versailles è il passato che ritorna nel Patto di Stabilità.
I due capolavori di John Maynard – l’autore sfugge alla sua opera, e a volte le sue creazioni si tingono di nero in quanto il libro vive di vita autonoma – sono “ A treatise on probability” e “The economic consequences of the peace”; il Trattato sulla probabilità conteneva le premesse della teoria della riflessività, ancorchè sfiorandola.
Corsi e ricorsi. L’eterno ritorno dell’uguale si abbatte su di noi. L’Europa decadente nel senso della
impietosa diagnosi organicista di Oswald Spengler, rigetta l’opzione di Keynes un’altra volta.
E’ il fanatismo dell’Illuminismo, che si ripiega su se stesso. Il “pilota automatico” di Milton Friedman trova la sua sintesi nel Riarm Europe di Ursula von der Leyen.
Lo spiega molto bene Massimo Giannini, che supera se stesso nell’editoriale “L’Europa e il male necessario”, ma la Fallibilità Radicale non compare all’orizzonte delle cancellerie occidentali:
“ … Sul piano pratico, il pacchetto da 800 miliardi varato dai Ventisette non risponde alle incognite che restano. Come sostituiremo gli Atacms, gli Himars e i Patriot che l’America non manda più a Zelensky e che noi non produciamo? Come copriremo le maggiori spese in armamenti fino all’1,5% del Pil, senza gravare sui debiti futuri degli Stati membri? … Nessuno sa se la sporca guerra di Putin è davvero “una sfida esistenziale per l’Europa”, come sostiene von der Leyen. Le parole dell’uomo del Cremlino non rassicurano: quei “non restituiremo ciò che è nostro” e “c’è ancora chi vorrebbe tornare ai tempi di Napoleone, dimenticando come finì”, racchiudono tutto il titanismo neocoloniale della “Russia come Eurasia e anti-Occidente” di cui parlavano Milan Kundera e Czeslaw Milosz.” Continua Giannini, tra le rovine di Spengler dove il destino mescola le carte e Lucifero non sta a guardare:
“Sul piano politico, il documento dei Ventisei fissa almeno quei requisiti minimi di realtà e dignità vergognosamente negati a Zelensky nell’imboscata che i due cowboy Trump e Vance gli avevano teso nello studio ovale. Rispetto per la sovranità territoriale ucraina, obbligo di coinvolgere Kiev nei negoziati, solide e credibili garanzie di sicurezza dopo gli eventuali accordi di pace. Non basterà a sventare la pace terrificante alla quale i due architetti del caos vogliono impiccare l’Ucraina. Ma è meglio di niente. E va dato atto a Giorgia Meloni di non aver tradito il poco che resta del patto comunitario: l’Italia rimane una zattera alla deriva in mezzo all’Atlantico, ancora incerta su quale sia la costa giusta su cui fare naufragio…”. Chi scrive è di parte, ma le parole di Giannini hanno il ritmo della Storia e un giorno si leggeranno sui banchi di scuola:
“… E’ quello che descrive Gustavo Zagrebelsky quando spiega le sacrosante ragioni della manifestazione del 15 marzo: un’Europa rassegnata a dimostrare a se stessa e al mondo la sua esistenza in vita solo grazie alle armi non è più la culla della civiltà che avevano sognato i padri fondatori. L’Europa era un progetto di cooperazione e di sviluppo, di mediazione e di progresso, di multilateralismo e di superamento dei blocchi: era nata sulle rovine del Novecento per scongiurare altre guerre, non per farne di nuove… E’ chiaro, lo scenario oggi è radicalmente cambiato: insieme alla storia è riesplosa la geografia, le crisi economiche hanno riacceso razzismi e sovranismi, sono tornati il sangue e il suolo, i conflitti bellici e le invasioni barbariche. E’ quindi legittimo il realismo di chi, per fare la pace, prepara la guerra. Ma lo è ancora di più l’idealismo di chi oggi è pronto a scendere nella piazza evocata da Michele Serra. Rivendicando i valori che vogliamo difendere, difendendoci – cioè democrazia e libertà, uguaglianza e diritti. Chiedendo all’Unione di scommettere sulla forza della pace. Pretendendo che – insieme all’Europa militare, per la quale oggi siamo pronti persino a violare i sacri vincoli del Patto di stabilità – si rilanci anche l’Europa sociale, quella della coesione e del welfare, quella dell’inclusione e della solidarietà, cioè quella comunità di destino fatta di donne e di uomini in carne e ossa per la quale invece di risorse straordinarie non ne sono mai state concesse. E qui – al di là degli incomprensibili “salti quantici” e degli insopportabili neutralismi ispirati al “né-né” – va dato atto a Elly Schlein di aver raddrizzato il tiro, sia su Trump sia sul piano von der Leyen …”
Ma l’impressione è che più che di welfare, si tratti di warfare. Keynes è forbidden, per citare il professor Nino Galloni. Più le cose cambiano, più restano uguali.
Spostiamo un attimo il centro dell’attenzione sulla Germania, perché quello che sta accadendo nella nazione che ha dato i natali a Helmut Kohl ha del mostruoso e i nipotini del Fuhrer (Afd, il partito neonazista) si avvicinano sempre più alla stanza dei bottoni; comportandosi come ha fatto
Trump con Joe Biden quand’era presidente, e il secondo tentava di usare la spesa a debito come sbocco del Piano Tarp – impediscono al neocancelliere Friedrich Merz la revisione della Shuldenbremse. Mentre si decide il riarmo dell’Europa per fermare Putin che vuole ricostituire l’Urss, è un calcolo politico di spregiudicatezza criminogena: vuol dire condannare una nazione intera alla miseria, spalancando le porte all’invasore russo che sa perfettamente che l’Europa è debole come nel crepuscolo della Belle époque 1870-1914. Siamo deboli e viziati. Appunto, una civiltà in declino e in pericolo.
Apprendo dall’ottimo reportage di Tonia Mastrobuoni su “Affari e Finanza” del 3 marzo 2025, e mi confermo nella granitica convinzione che sia l’ideologia il lascito cancerogeno dei Lumières:
“In Germania potrebbe cadere un tabù. Quello della Shuldenbremse, del freno al debito, diventato l’imperativo categorico dei governi di ogni colore da quando è stato iscritto nella costituzione, nel 2009. Negli anni, il limite tassativo dello 0,35% per il disavanzo scolpito nelle tavole della legge è diventato sempre più pesante a qualsiasi tentativo di rilanciare l’economia. Dopo sedici anni, quel freno a mano tirato ha costretto la locomotiva europea prima a fermarsi, poi a mettere la retromarcia. La Germania non è mai più riuscita a recuperare i livelli della produzione industriale pre-Covid. E da due anni è precipitata in una recessione di cui non si vede la fine. Persino il candidato alla cancelleria, Friedrich Merz, ha lanciato più volte l’allarme sul pericolo che la Germania sia entrata nel terzo anno consecutivo di Pil negativo. Non è mai successo dalla fine della Seconda guerra mondiale …” Si intravede Keynes all’orizzonte, ma è soltanto un miraggio o è il fantasma di Keynes, per dirla con Guido Maria Brera: “AL CENTRO DELLA POLITICA. Quanto il freno al debito sia stato il convitato di pietra di quest’ultima stagione politica, lo dimostra il fatto che su quello scoglio si è infranto anche il governo Scholz. A dicembre 2023, la Corte costituzionale ha bocciato il tentativo dell’allora ministro delle Finanze Christian Lindner di spostare 60 miliardi, che erano stati previsti per le misure anti-Covid e collocati fuori bilancio, in un altro fondo… Ma – dettaglio fondamentale – deve essere spesa a debito, altrimenti i benefici verrebbero vanificati dagli eventuali, depressivi aumenti delle tasse o tagli di altre spese.” (il copyright è tratto da Tonia Mastrobuoni, ndr). Mi viene in mente Soros: negano la realtà con il trucco dell’ideologia, e sbagliano all’infinito. “… L’urgenza di Merz”, conclude Tonia Mastrobuoni in un’analisi giornalisticamente perfetta, “ … si spiega con il risultato delle ultime elezioni, che ha regalato all’Afd e alla Linke una minoranza di blocco, che può bloccare qualsiasi riforma di rilievo costituzionale. Come quella del freno al debito ma anche il varo di un fondo extra bilancio al riparo da obiezioni di Karlsruhe …”.
Se Biden non ha avuto successo nel tentare la spesa a debito nel 2023 a causa del veto posto da Kevin Mc Carthy, cavallo di Troia di Trump al Congresso, è difficile che nelle medesime condizioni di “sovranità limitata” Friedrich Merz possa realizzare i suoi ambiziosi progetti; al partito neonazista conviene una Germania in ginocchio per tentare “due piccioni con una fava”: favorire l’imperialismo dello zar di Russia ed entrare finalmente nella stanza dei bottoni. Genialità criminale.
Infatti il Presidente dell’Institute for European Policymaking Catherine De Vries ha denunciato: “… Il settimanale tedesco Der Spiegel ha fatto una copertina efficace sul rapporto tra Germania e Stati Uniti: “Traditi: prima Zelensky, ora noi?” La Germania si trova ora di fronte a una dura realtà. Il paese dovrà non solo aumentare drasticamente la sua capacità militare, forse anche schierare truppe in Ucraina, ma dovrà anche trovare i fondi per farlo. Ciò richiederà una revisione della Schuldenbremse, il vincolo costituzionale sul debito pubblico per il governo federale e gli stati federati. Merz ha annunciato che queste rigide regole di bilancio potrebbero essere modificate, ma il percorso per farlo sarà complesso… “. L’inferno è lastricato di ottimi propositi.
Infine, l’analisi di Walter Galbiati sulla questione dei dazi si collega direttamente a un saggio del magistrato in pensione oggi senatore pentastellato Roberto Scarpinato pubblicato sul numero di Micromega del 3 marzo 2004: un’altra volta, il declino della civiltà occidentale che sta arrivando all’appuntamento con l’ora più buia. Quella della morte. Scrive Galbiati: “Ci sono almeno quattro motivi che spingono Trump sulla strada dei dazi. Il primo, di certo il meno ovvio, è estorsivo,
minacciare le tariffe per ottenere qualcosa. E’ la motivazione avanzata nei confronti di Messico e Canada, e ventilata alla Colombia. I due Paesi saranno colpiti a partire da marzo da una tariffa aggiuntiva del 25% sulle merci che esporteranno negli Usa, perché colpevoli di non proteggere i confini degli Stati Uniti da immigrazione clandestina e dal Fentanyl, una droga devastante molto diffusa tra i giovani americani. Se lo evitassero, niente dazi…”
Sugli altri motivi, tralasceremo per questioni di spazio e di irrilevanza.
Nel citato saggio di Micromega del lontano 2004, l’ex magistrato osservava: “ … Al primo posto della gerarchia delle priorità dell’amministrazione americana durante gli anni della guerra fredda vi era stata la minaccia totale del prevalere del comunismo, un pericolo che aveva assorbito quasi tutte le energie e le risorse statunitensi sullo scacchiere mondiale. La fine del pericolo rosso determina una riformulazione degli obiettivi che pone al primo posto la lotta alla droga. Vengono meno infatti le ragioni di Realpolitik che avevano imposto, in precedenza, di pagare a volte il prezzo di una larga tolleranza nei confronti della criminalità mafiosa nei territori di origine per la sua funzione di diga contro il dilagare del pericolo comunista. L’inarrestabile diffusione di massa degli stupefacenti (soprattutto cocaina) nella middle class viene ormai ritenuto un pericolo che rischia di tarlare le fondamenta stesse della classe dirigente americana. In occasione della deposizione testimoniale resa nel dibattimento del processo a carico del senatore Andreotti, l’onorevole Mino Martinazzoli ha dichiarato che nel corso di incontri da lui avuti con esponenti qualificati del governo americano, costoro gli avevano anticipato che in previsione del crollo del regime sovietico, che si riteneva sarebbe avvenuto nell’arco di pochi anni, il governo americano aveva posto tra le priorità assolute la lotta al traffico della droga ed alla criminalità mafiosa …”
Dalla cocaina siamo passati al Fentanyl. Ci si droga perché si smette di sognare. E si smette di sognare perché si è decadenti.
di Alexander Bush